Stateless (2020)
di Emma Freeman e Jocelyn Moorhouse
con Yvonne Strahovski, Jai Courtney, Asher Keddie, Cate Blanchett, Dominic West
In Australia sono davvero molto cauti nel concedere il visto agli stranieri, in modo particolare ai profughi che riescono a sbarcare sulle sue coste, in fuga da situazioni estremamente drammatiche. Le autorità australiane partono dall’assioma che se arrivi in cerca di asilo, tu sia un potenziale terrorista, uomo, donna o bambino non importa. E quindi tutti questi immigrati vengono rinchiusi in centri d’accoglienza che di accogliente hanno ben poco e che somigliano più a un carcere, nel quale restano fintanto che lo Stato non effettua tutte le minuziose indagini. Ma siccome la burocrazia è tale a tutte le latitudini, non è infrequente che i profughi passino anni a scontare una pena senza in realtà aver commesso alcun crimine.
Questa premessa era necessaria per parlare di Stateless, la mini serie disponibile su Netflix che, ispirandosi a fatti reali, racconta di un centro di “accoglienza”, delle storie di chi vi si trova perché è scappato da un incubo, finendo per ripiombare in un altro. La trama si focalizza in particolare sul personaggio di Sofie (Yvonne Strahovski, i più attenti la ricorderanno in Dexter), un’australiana con seri problemi psichici che, per una serie di vicissitudini, si ritrova anch’essa rinchiusa e, per le succitate lungaggini burocratiche e per la stolida ottusità di chi gestisce il campo, vi resta per molto tempo.
Suddivisa in sei episodi, la serie si occupa di illustrare le dinamiche del campo, la frustrazione degli “ospiti”, la distaccata incuranza delle guardie, l’irritante indifferenza dei vertici che sono preoccupati solo di nascondere alla stampa (e dunque agli australiani) le sofferenze e le storie di persone cui viene negata persino l’umanità. Gli autori sono stati bravi a resistere alla tentazione dell’happy ending, per questo Stateless lascia poco spazio alla speranza e si concentra sulle “vite”, trasmettendo nello spettatore quel senso di impotenza e ingiustizia che spesso e volentieri ci dimentichiamo di avere, anche in Italia, quando le tragedie di altri esseri umani diventano solo strumenti di propaganda.
Dal punto di vista della realizzazione, la serie è girata in modo piuttosto scolastico e le performance degli attori discrete (per assurdo i due volti più noti, ovvero Cate Blanchett e Dominic West sono tra i meno convincenti, anche se hanno ruoli marginali, con la Blanchett che è tra gli autori del progretto). La scelta narrativa è quella ormai abusata dell’inframmezzare la vicenda di flashback, in modo da svelare le storie dei personaggi e di come siano finiti nel centro. Sebbene cinematograficmente non impeccabile, Stateless merita comunque la visione per il suo messaggio e perché ci ricorda che i “numeri” che sbarcano sulle coste di tutto il mondo sono persone reali…
Voto: 7
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